LA GUERRA È UNA COSA SERISSIMA! (quindi la fanno i bambini… travestiti da generali)

nuova produzione 2026

di Claudio Ascoli e Sissi Abbondanza
con Sissi Abbondanza (Popolino e Medico di guerra), Martina Capaccioli (Drone, Hacker e Algoritmo), Matteo Nigi (Politico, Dio Sicurezza e Voce Manichino), Rosario Terrone (Generà), Gloria Trinci (Giornalista e Profetessa del Caos), Francesca Trianni (Artista di strada) e Claudio Ascoli (Voce del Bambino).
Musiche originali di Francesco Lascialfari
luci di Emanuele Maione
foto di scena di Paolo Lauri
disegno in locandina di Monica Fabbri signoraB

Per la Festa della Toscana 2025, “TOSCANA. Un ponte per la Pace”, e il progetto “100 anni per 100 Paesi”, promosso dalla Fondazione Fo Rame per le Celebrazioni dei Cento anni di Dario Fo, la compagnia Chille de la balanza presenta “LA GUERRA È UNA COSA SERISSIMA! (quindi la fanno i bambini… travestiti da generali)”, uno spettacolo scritto e diretto da Claudio Ascoli e Sissi Abbondanza nel segno di Dario Fo e Franca Rame.

Il progetto guarda al 24 marzo 2026: centenario della nascita di Fo e Giornata internazionale per il diritto alla verità sulle gravi violazioni dei diritti umani. Una coincidenza che si fa nodo simbolico tra memoria e futuro, tra coscienza civile e scena teatrale. Non una celebrazione, ma un attraversamento del presente.

Una coppia di oggi – Ascoli e Abbondanza – prova a inventare uno spettacolo nel solco di una coppia che ha segnato il teatro italiano del Novecento. Ne nasce una partitura grottesca e musicale sulla guerra contemporanea: tecnologica, mediatica, algoritmica. Una guerra “smart”, “green”, “sostenibile”. Talmente “seria” da sembrare un gioco. E infatti, suggerisce il sottotitolo, a farla sono bambini travestiti da generali.

Lo spettacolo si apre come un carnevale rovesciato. Gli attori emergono dalla platea, scelgono accessori, indossano ruoli sotto gli occhi del pubblico. Il Generà – goffo e autoritario – proclama che la guerra è troppo seria per lasciarla agli adulti: meglio ridurla a gioco, con regole semplici e coscienze stirate sotto l’uniforme. Accanto a lui il Drone, occhio metallico che distingue un innocente da un bersaglio “per un pixel”; l’Algoritmo, entità astratta che decide in nome dell’efficienza; Dio Sicurezza, che controlla tutti ma non sa più chi controlla lui.

E poi il Politico, che trasforma la guerra in investimento e la pace in spesa; la Giornalista, capace di piegare la verità alle esigenze dell’audience; la Profetessa del Caos, che non inventa ma amplifica paure; l’Hacker, figura lucida e seducente che smaschera i bug del sistema; il Medico di guerra, custode della carne ferita; Popolino, cittadino comune, confuso ma non del tutto rassegnato; e l’Artista di strada, ribelle e poetica, che canta dal vivo accompagnandosi con l’ukulele parole di pace sempre più inattuali, mentre disegna ostinatamente ponti e visioni nel mezzo del disastro.

La drammaturgia procede per quadri serrati, inciampi, scambi di identità. Generà e Politico finiscono per sovrapporsi: minacce e promesse si confondono, ordini e slogan diventano intercambiabili. Il potere parla con due voci ma produce lo stesso frastuono. L’Algoritmo decreta di “continuare”, la paura diventa spettacolo, il caos si autoalimenta.

Nel solco di Fo e Rame, la risata è un’arma: all’inizio liberatoria, poi sempre più amara. La quarta parete si incrina fin dalle prime battute, il pubblico è chiamato in causa. Quando qualcuno osa pronunciare un semplice “basta”, non si apre una soluzione ma una sospensione: uno spazio fragile in cui il teatro smette di rappresentare e comincia a interrogare.

Il finale resta volutamente non svelato. Perché ciò che accade dopo riguarda anche chi guarda. I Chille invitano ad assistere, anzi a partecipare: a scegliere se restare spettatori del gioco o attraversare, almeno simbolicamente, un’altra possibilità.

Perché se la guerra è una cosa “serissima”, la pace lo è ancora di più. E forse comincia da una parola detta piano. Ma insieme.


Ecco il racconto dello spettacolo per immagini (in bianco e nero di Ivan Margheri, a colori di Paolo Lauri) e per parole di Ines Arsì (PAC -Paneacquaculture), don Andrea Bigalli e Riccardo Rescio (Italia & Friends):

Foto di Ivan Margheri

Foto di Paolo Lauri

I bambini giocano alla guerra” per imitare gli adulti, scriveva in una celebre poesia di denuncia il drammaturgo Bertolt Brecht, alla vigilia della seconda guerra mondiale. Ma le terribili carneficine di tutti i tempi non sono che il risultato evidente di condotte adulte ben più infantili e incoscienti di quelle dei bambini ed è certo urgente rintracciare nell’esercizio della convivenza  un’alternativa costruttiva al conflitto, come rammenta l’autore.
La storica compagnia Chille de la Balanza, attiva da oltre cinquant’anni nel teatro sociale di ricerca, raccoglie questa  esortazione in occasione della Festa della Toscana 2025, nell’ambito dell’iniziativa del Consiglio Regionale  “ Un ponte per la Pace”  e porta in scena, presso la sua sede di San Salvi, a FirenzeLa guerra è una cosa serissima (quindi la fanno i bambini…travestiti da generali).
Lo spettacolo ha debuttato il 24 marzo 2026, nel corso della Giornata internazionale per il diritto alla verità sulle gravi violazioni dei diritti umani, mentre si celebrava in concomitanza anche il centenario della nascita del Premio Nobel Dario Fo: una coincidenza che si è fatta nodo simbolico, secondo Claudio Ascoli e Sissi Abbondanza che, nel teatro di satira politica di Fo e Franca Rame, hanno rintracciato l’ispirazione necessaria ad una dissacrante creazione drammaturgica dedicata alle guerre contemporanee.
La messa in scena è la rievocazione senza filtri del nostro presente, in cui gli esseri umani fanno sfoggio di un progresso tecnologico di cui sembrano oramai schiavi e di un’aspirazione al potere che può condurli ad un destino catastrofico.

ph. Marco Ascoli
ph. Marco Ascoli

ph. Marco Ascoli

Gli attori occupano i posti in platea insieme al pubblico, fino a quando la musica iconica di Fiorenzo Carpi, lo storico compositore che collaborò agli spettacoli di Fo, non li richiama sulla scena. Il fondale nero, nel controluce di Sandro Pulizzotto, è popolato da appendiabiti mobili, allestiti con vari accessori che daranno vita ai personaggi. Gli attori si muovono tra e con gli espositori, in un allegro e prolungato scherzo disordinato,  espediente di movimento spaziale che ben racconta l’allegorica mescolanza dei ruoli e delle gerarchie sociali che possono mutare e che, dunque, si possono anche rovesciare.
Rosario Terrone, attore della Compagnia, tocca in dote la giacca del Generale, agghindata di una importante quantità di medaglie, tra cui spicca un mastodontico corno rosso, che allude alla paradossale scaramanzia del goffo rappresentante del potere militare. Dotato di uno scettro su cui campeggia un fiocco dorato come una piccola stella, il Generale è il ritratto dell’uomo fragile che aspira a conquistare il mondo sino alle sue più alte vette, attraverso l’uso della forza e della prevaricazione violenta. Il suo compito, a premessa, è quello di giustificare la funzione della guerra, un gioco di bambini appunto, che non ha altra ragione, se non quella di sperimentare il senso di onnipotenza narcisistico che contraddistingue da sempre l’aggressività umana, quando non è altrimenti possibile canalizzare le emozioni della rabbia e della paura. Una forma elementare di risposta alla minaccia, reale o immaginata, che si risolve semplicemente con la vittoria o la sconfitta, ma che si pratica facilmente, senza pensare, come afferma il personaggio, seppure a costo di tante vittime innocenti.
Il monologo, accompagnato dalle suggestioni sonore di Francesco Lascialfari, che si occupa di tutta la partitura musicale destinata a enfatizzare l’ingresso di ciascun personaggio, è enunciato secondo un ritmo  che ricalca quello solenne e cadenzato dello stile marziale, in una grottesca rivisitazione delle dichiarazioni pubbliche di stampo dittatoriale che hanno tragicamente popolato la storia e che non smettono, ancora oggi, di documentarla drammaticamente.

ph. Ivan Margheri

Gli sopraggiunge Martina Capaccioli, cinta di un marchingegno metallico che la trasforma in un temuto Drone, uno di quegli aeromobili a pilotaggio remoto,  ora protagonisti di tante carneficine in tutti i campi di battaglia del pianeta. Si comporta, in effetti, come un’entità del tutto priva di senso critico, freddamente calcolatrice, ma incapace di un oculato discernimento. Come una qualsiasi macchina, è infatti programmata per eseguire ordini, ma sembra sinistramente autonoma, svincolata da ogni guida umana. La stessa attrice interpreta anche, non a caso, un Algoritmo, quella sequenza di istruzioni di sistema che orienta tutti i dispositivi elettronici e i software. A lei segue l’ingresso in scena del Dio della Sicurezza, uno spavaldo controllore che pare una parodia dell’OVRA fascista, interpretato da Matteo Nigi insieme anche alla figura del Politico, commentatore assiduo di tutti gli avvenimenti da un altoparlante simile ad un imbuto, con cui ingozza la folla di sciocchezze.

ph. Ivan Margheri

La parata dei personaggi rammenta i protagonisti dei conflitti attuali,  insieme ai responsabili dell’informazione pubblica, rappresentati dalla GiornalistaGloria Trinci, che fa la cronaca degli eventi attraverso una spazzola al posto del microfono, per raccontare  come  i mass media siano più orientati a salvaguardare le apparenze che a comunicare i fatti; della stessa attrice è anche l’interpretazione della Profetessa del Caos, il motore del panico collettivo che alimenta le ostilità, restituendoci consapevolezza delle suggestioni che spesso ci condizionano.
Un’attualizzazione delle maschere della Commedia dell’Arte, perché possano esprimere la contemporaneità, secondo uno stile fisicamente meno espressivo di quanto vorrebbe la tradizione, ma  più focalizzato sulla trasmissione narrativa delle dinamiche di pressione e controllo sociale che conducono inesorabilmente al rischio di estinzione della democrazia, attraverso la militarizzazione dello stato. Personaggi caricaturali, una trama volutamente sfilacciata nei ritmi dilatati dei dialoghi,  sembrano voler evocare la tipica improvvisazione su canovaccio delle antiche compagnie comiche di giro, ma sono il risultato di un lavoro analitico embrionale, che merita di guadagnare in essenzialità per farsi più incisivo.

ph. Ivan Margheri

La disamina satirica dei temi archetipici della brama di potere, della crudeltà e della paura, lascia spazio ad una speranza, affidata alle figure antagoniste: il Popolino e il Medico, interpretati da Sissi Abbondanza, che tentano la sopravvivenza dell’umanità al cataclisma dell’ottusità, ma anche l’ArtistaFrancesca Trianni, che impugna chitarra e pennello, armi insolite per costruire creativamente nuovi mondi, in cui è ancora possibile essere umani, come la stessa attrice traccia su un manifesto, in epilogo. Si tratta degli unici superstiti alla terribile fucilazione che falcia tutti gli altri personaggi, autori e infine vittime del conflitto che hanno generato.
Commuove la registrazione della voce di Ascoli che, con l’innocenza di un bambino, non troppo dissimile da quello altrettanto inconsapevole e giocoso de “La vita è bella” di Roberto Benigni, interviene nei disordini del conflitto per porre domande, in cerca di significati impossibili.
Il prologo, che vede gli attori tra il pubblico e l’epilogo della fucilazione, sembrano, invece, un deliberato omaggio a “Guerra di popolo in Cile”, l’opera del 1973  dedicata al drammatico rovesciamento del governo democratico di Salvador Allende, attraverso cui Fo e Rame denunciarono apertamente la corruzione politica, la repressione e la violenza dei conflitti militari.
L’intento dei Chille de la Balanza è il medesimo, come dimostra il Manifesto letto da Abbondanza al termine dello spettacolo: la compagnia teatrale incita, come sempre, ad una partecipazione attiva alla pace, perché è un affare ben più serio e impegnativo del gioco folle della guerra, dove il pubblico è direttamente richiamato a prendere posizione, per non restare solo un assuefatto spettatore di ingiustizie epocali.

Inez Arsì – PAC -Paneacquaculture
Firenze, 27 marzo 2026

Uno spettacolo dei Chille de la Balanza per il centenario della nascita di Dario Fo

La dinamica dei centenari è insidiosissima. Da un lato non onorare la memoria di donne e uomini degne della nostra gratitudine sarebbe una mancanza culturale, quella da esprimere sul piano storico, imperdonabile: dall’altro i meccanismi della retorica e della sufficienza sono terribili, rischiano di vanificare l’atto stesso del ricordo.

Dario Fo e Franca Rame hanno fatto del teatro uno strumento politico e popolare, contribuendo con le avanguardie della prima metà del 900 alla sua trasformazione in fase critica e contestativa, nel dirci che un potenziale di espressione artistica deve trovare un riferimento, un’utilità, deve prendersi carico di quanto accade intorno. L’estetica ha un suo valore, ma non è concepibile al di fuori dei significati, del senso della destinazione di quanto si elabora. Non si scrive, non ci si esprime visivamente, non si filma per sé stessi: ciò in una prospettiva etica, che quando si assume diviene totalizzante. È una scelta libera quella di fare o non fare carico del dire il dolore del proprio tempo: ma talvolta le stagioni tragiche impongono di uscire dall’impotenza, di prendere posizione, di non volgere altrove lo sguardo dall’orrore che impera.

I Chille de la balanza scrivono un testo teatrale e lo mettono in scena nello stile e nelle scelte di comunicazione di Fo\Rame. E il guardare il mondo è adesso vedere la guerra e il genocidio: è provare a interpretarla, a capirne alcune logiche, a decifrarne limiti e debolezze. Perché uno scrutare intelligente è intuire la crepa in un sistema monolitico: è l’arte che sa scorgerla, proprio quando sembra impossibile ci sia.

ph. Paolo Lauri

Il gioco dei personaggi, dei linguaggi che essi incarnano e dei ruoli che mutuano dallo spettacolo della realtà del mondo divengono in La guerra è una cosa serissima! (per questo la fanno i bambini … travestiti da generali) punti di analisi: la guerra è tecnologica ma senza avere in ciò intelligenza e umanità; la guerra è distorsione e controllo dell’informazione senza che si possa capire come governarla anche da parte di chi la mette in atto; la guerra è azione di morte da parte di una politica senza nessun più umanesimo e diritto; la guerra è ancora una questione di imperi che si scontrano e il nostro governo è succube di quello che ha responsabilità diretta sia in Palestina che in Iran; la guerra è carne violata, sofferenza inutile, lutto del disumanesimo ormai manifesto, esibito e vantato. La guerra non la vuole il popolo, non la vogliono gli artisti, non la vuole chi ne deve curare le conseguenze, valutando la ferita mortale inferta da chi la ordisce, la mette in atto, la giustifica mediaticamente e nelle aule dei parlamenti. I personaggi assumono valenza iconica e illustrano la menzogna insistita nell’insegnare l’attitudine alla paura e l’abitudine al caos, l’idolatria dei sistemi informatici delle armi intelligenti, e della sicurezza nuovo nome di un divino fallace e distorto, con la politica che si intreccia con la violenza tecnofinanziaria dei poteri bellici. Resiste un senso di umanità nel popolo che subisce ma non si fa stregare dagli artifici mediatici, in chi esercita la cultura della cura e della pietà, in chi rielabora con gli strumenti dell’arte e ha ancora la forza di indicare altre vie, altri passaggi.

Il testo di Claudio Ascoli e Sissi Abbondanza risuona degli sberleffi e dei lazzi corrosivi tipici di Fo, che ha sempre teorizzato l’uso popolare dello sfottò per beffare il potere. Per difficoltà mia devo annotare che però il peso delle vicende illustrate spesso mi ha spento il riso in gola. Resto convinto che abbiamo bisogno di scalzare le logiche dominanti con una competenza e un acume che fisiologicamente si esprimono nell’ironia e nel sorriso. Ma spesso è una difficile allegria. Se lo spettacolo si conclude con un accenno di speranza, la madre e l’artista compongono immagini di vita e allineano gli elementi di un ponte che consente l’oltre, la pesantezza di quanto abbiamo avuto davanti agli occhi ci fa quasi scettici in questa scintilla di sentimento. Nello scorrere della messa in scena si assiste alla capacità di dirci come la paziente tessitura della pace sia sbranata sistematicamente e con crudele perizia da una serie di poteri per cui non siamo che cifre e unità di produzione e consumo. Il crinale da percorrere è ancora quello del niente in cui ci definiscono le ragioni della morte contrapposte a come gli esseri umani sarebbero in grado di esprimere una totalità di amore. Come scriveva David Maria Turoldo che sia la vertigine del Tutto a ispirarci la seduzione della vita.

ph. Paolo Lauri

La concomitanza con la Giornata Internazionale del Teatro mi mette anche urgenza a ridefinire alcuni elementi di quello che il Teatro può continuare a essere.
Abbiamo parlato di funzione sociale, abbiamo parlato di dimensione propositiva sulla base dei diritti fondamentali delle persone.
Aggiungiamoci anche un pensiero su chi il teatro lo sta facendo, le donne e gli uomini che scrivono, pensano, mettono in scena, curano le regie e, soprattutto, gli attori e le attrici: quelli e quelle che hanno messo in scena questo testo teatrale meritano attenzione e riconoscimento. Soprattutto, la maggior parte di loro, in relazione all’età: sono espressioni del futuro del teatro, perché ci mettono davanti a nuove generazioni che continuano ad apprendere dinamiche acquisite, ma le traducono in qualcosa di nuovo, in una dimensione che da un lato guarda alla storia che stanno vivendo, e dall’altro a quello che si può costruire.
Il teatro non morirà mai, da questo punto di vista. E’ sicuramente qualcosa di straordinario, che continuerà a darci pensieri, emozioni, sentimenti, e a indirizzare tutto questo – se lo viviamo bene – in direzione di una società che vive delle prospettive di altro segno, sicuramente vivrà un’evoluzione positiva.

Andrea Bigalli

ph. Riccardo Rescio

Nel calendario delle ricorrenze, il 24 marzo 2026 segna un doppio passaggio simbolico.
Da un lato, il centenario della nascita di Dario Fo, figura che ha ridisegnato i confini del teatro novecentesco.
Dall’altro, la Giornata internazionale per il diritto alla verità sulle gravi violazioni dei diritti umani.
Questo incrocio temporale non si esaurisce in una semplice coincidenza.
Diventa piuttosto un nodo profondo che lega il passato alla responsabilità del presente, unendo la potenza della scena all’esigenza di una coscienza collettiva.
A raccogliere questa eredità artistica e civile sono i Chille de la balanza, con la direzione di Claudio Ascoli e Sissi Abbondanza.
Il progetto non si configura come una celebrazione commemorativa, ma come un attraversamento critico dell’oggi.
L’obiettivo è rilanciare il lascito di Fo e Franca Rame dentro un contesto segnato da nuove guerre, disuguaglianze profonde e una realtà in cui la verità viene spesso manipolata.
Il teatro riacquista così la sua funzione originaria: diventare spazio di coscienza, strumento di critica e laboratorio di immaginazione politica.
Il cuore pulsante dell’iniziativa è lo spettacolo in prima assoluta dal titolo “LA GUERRA È UNA COSA SERISSIMA! (quindi la fanno i bambini… travestiti da generali)”.
Ascoli e Abbondanza firmano la scrittura e la regia di questa drammaturgia dal registro grottesco e musicale.
L’indagine si concentra sulle forme più ambigue del conflitto contemporaneo: quello tecnologico, mediatico e governato dagli algoritmi.
Una guerra definita “smart” e perfino “sostenibile”, talmente spogliata della sua tragedia da apparire come un gioco di ruolo.
La messa in scena si apre come un carnevale rovesciato.
Gli attori emergono dalla platea, indossando i loro ruoli sotto lo sguardo del pubblico, costruendo una scena mobile e inquieta.
Il Generale proclama con arroganza che la guerra è troppo importante per lasciarla nelle mani degli adulti.
Il Drone spiega di distinguere tra vittime e bersagli con il margine di un singolo pixel.
L’Algoritmo giustifica le sue scelte in nome di una spietata efficienza.
Dio Sicurezza controlla ogni cosa, senza più sapere chi, in realtà, stia controllando lui.
Accanto a queste macchine del potere si muovono altre figure.
Il Politico trasforma la guerra in un’opportunità di investimento.
La Giornalista adatta la verità alle esigenze dell’audience.
La Profetessa del caos amplifica le paure collettive.
L’Hacker, invece, cerca di smascherare le crepe nascoste del sistema.
Resistono anche figure diverse, il Medico di guerra, custode della fragilità umana; Popolino, smarrito ma non rassegnato; e l’Artista di strada, che canta dal vivo parole di pace sempre più fuori moda, disegnando ponti in mezzo al disastro.
La struttura procede per quadri serrati, con continui slittamenti di identità che finiscono per confondere ruoli e linguaggi.
Il potere parla con voci diverse, ma il risultato è sempre lo stesso frastuono.
Nella tradizione di Fo e Rame, la risata diventa uno strumento critico, inizialmente liberatoria, si fa progressivamente più amara.
La quarta parete viene infranta e il pubblico è chiamato direttamente in causa.
Quando emerge un fragile grido di “basta”, non si apre una soluzione preconfezionata, ma uno spazio di sospensione e di responsabilità condivisa.
Se dovessimo definire lo spettacolo in tre parole diremmo: movimento, stravolgimento, coinvolgimento.
Un testo ben cucito, senza sbavature, una recitazione impeccabile, che stigmatizza bene la poliedricità dei comportamenti di chi concorre a rendere possibili le guerre e di chi ne subisce le conseguenze.
Al di là delle tecnologie più sofisticate, tutte le guerre hanno da millenni la costante uomo, l’essere umano che le rende possibili, lo stimolo che provoca lo spettacolo non è una possibile soluzione, ma una profonda riflessione ad occhi aperti.

Riccardo Rescio – Italia & Friends
Firenze, 24 marzo 2026


Martedì 24 marzo 2026 | ore 21

uno spettacolo di Claudio Ascoli e Sissi Abbondanza

anteprima


Mercoledì 25 marzo 2026 | ore 21

uno spettacolo di Claudio Ascoli e Sissi Abbondanza

prima assoluta


Venerdì 27 e Sabato 28 marzo 2026 | ore 21

uno spettacolo di Claudio Ascoli e Sissi Abbondanza

repliche straordinarie