

foto di Ivan Margheri
I DON’T LIKE. Nun me piace!
Un monologo di Claudio Ascoli
«Te piace ’o presepio?»
«Nun me piace!»
È da questa battuta di Natale in casa Cupiello di Eduardo De Filippo che prende avvio I DON’T LIKE. Nun me piace!, il nuovo spettacolo dei Chille de la balanza: un monologo di Claudio Ascoli che nasce dalla necessità, insieme urgente e ostinata, di interrogarsi su ciò che chiamiamo cultura, sul modo in cui oggi produciamo e consumiamo sapere, sulla solitudine di una società sempre più connessa e, soprattutto, sul bisogno di tornare a fare comunità.
A parlare è un attore-autore napoletano che porta in scena non soltanto un pensiero, ma una vita.
Claudio Ascoli nasce alla Sanità, in una famiglia di teatranti da tre generazioni. Ha oggi 76 anni, quasi sessanta di teatro alle spalle e cinquantatré vissuti dentro la storia dei suoi Chille. Il teatro di Ascoli nasce dunque da una lunga esperienza del palcoscenico, ma anche da una memoria familiare e collettiva: quella di una Napoli nella quale il sapere passava di bocca in bocca, dalla nonna al barbiere, dal pescatore al maestro, dal pazzo del paese al teatro.
È proprio questa memoria che Claudio mette in dialogo, con ironia e disincanto, con il presente.
Uno smartphone in mano. Una notifica. Poi dieci, cento, mille. Il rumore cresce fino a diventare assordante. È il suono del nostro tempo. Così oggi l’ignoranza da limite è diventato un contenuto. Siamo infatti in un tempo in cui non è più necessario sapere, ma soltanto «sembrare uno che sa».
E allora Garibaldi diventa un influencer, la storia un profilo, i like una nuova forma di verità. Lo spettacolo non è però un semplice atto d’accusa contro Internet, né una nostalgia del passato. Claudio stesso lo dice: «Internet è meraviglioso…forse. Ha messo tutta la conoscenza del mondo nelle nostre mani: ma sarà vero?». Il problema è che quelle mani sono occupate. E mentre abbiamo accesso a tutto, rischiamo di perdere qualcosa di essenziale: la capacità di ascoltare, di dubitare, di mettere in relazione le cose, di raccontare.
Perché la cultura, ci ricorda I DON’T LIKE, non è un deposito di informazioni. Non è un prodotto da consumare rapidamente. «Cultura è…la relazione, il contesto, la domanda, il dubbio, il tempo.»
E il tempo è forse il grande protagonista invisibile dello spettacolo. Il tempo necessario per leggere, per capire, per sbagliare, per cambiare idea. Il tempo di una domanda. Il tempo di una storia raccontata ancora una volta da qualcuno che l’ha già raccontata cento volte.
In questo percorso ritorna Napoli, con la sua lingua, le sue maschere, la sua ironia, la sua straordinaria capacità di trasformare il disordine dell’esistenza in racconto. Ritorna la Smorfia, quella «intelligenza naturale» che prendeva un sogno, una paura, un morto, un animale, una disgrazia o una fortuna e li trasformava in un numero. Non spiegava il mondo: insegnava a raccontarlo.
E ritorna Pulcinella, il giullare, colui che può dire la verità proprio perché sembra scherzare. Una figura che Claudio ha già frequentato (Uè, Pulecenè – Napule 70) e riconosce come profondamente contemporanea.
E sotto il riso, sotto la satira, sotto la lingua napoletana che continuamente sorprende e spiazza, emerge una domanda molto seria: che cosa stiamo perdendo mentre siamo convinti di essere più informati che mai?
Forse stiamo perdendo la memoria, il racconto, la capacità di dire «Io non lo so.» Quattro parole semplicissime, eppure capaci di aprire una porta: «Non lo so: spiegamelo. Non lo so: fammi vedere. Non lo so: voglio capire.»
Da qui lo spettacolo compie un passo ulteriore e torna al Teatro. Perché proprio il Teatro, oggi apparentemente marginale, può tornare a essere uno dei luoghi fondamentali nei quali una comunità si riconosce. Il Teatro chiede presenza. Chiede tempo. Chiede di stare insieme nello stesso spazio, respirare la stessa aria, condividere lo stesso silenzio. Non permette di essere spettatori solitari. Ogni sera è un incontro irripetibile fra chi agisce e chi guarda.
«Conosciamo moltissime persone e incontriamo sempre meno esseri umani. Le reti aumentano. Le comunità diminuiscono.» È qui che il Teatro ritorna necessario. Non perché debba competere con gli algoritmi sul loro terreno, né perché debba diventare più veloce, più facile, più “vendibile”. Al contrario: perché può permettersi di essere lento, complesso, contraddittorio. Può ancora mettere davanti a noi qualcosa che non ci piace. Può farci sostare davanti a ciò che non comprendiamo immediatamente.
«La cultura seria è forse proprio quella che all’inizio non ci piace. Perché ci costringe.»
E allora I DON’T LIKE. Nun me piace! diventa anche una dichiarazione d’amore per il Teatro. Un amore certamente inquieto, ironico, talvolta rabbioso, ma profondamente radicato in quasi sessant’anni di esperienza.
Claudio Ascoli non parla del Teatro da fuori. Ci parla da dentro. Da una vita trascorsa a costruire, replica dopo replica, quel fragile ponte fra un attore e chi gli siede davanti. Un ponte che oggi, in una società che spinge verso l’isolamento, è più necessario che mai. Fare Teatro diventa così un gesto politico nel senso più alto del termine. Un attore può incrinare una certezza. Una domanda può aprire una crepa. Una risata può diventare pensiero.
È una follia? Forse sì. Se è follia continuare a credere nell’incontro, nell’immaginazione, nella possibilità di cambiare, allora sì «il Teatro è profondamente folle». E proprio per questo è vivo.
Ma può davvero ancora qualcosa contro la velocità, l’isolamento, l’indifferenza? Non sappiamo come andrà a finire. E forse è importante non saperlo.
Perché la cultura non è soltanto ciò che sappiamo. È ciò che ci costringe a continuare a chiederci chi siamo, dove stiamo andando e se possiamo ancora scegliere una strada diversa.
Il resto… è tutto da vedere, da vivere.
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