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L’URLO E ALTRE FALISTRE

Mercoledì 16 settembre, alle ore 21, è la volta del Teatro del Lemming da Rovigo con “L’URLO E ALTRE FALISTRE“, dove il teatro è rito e la parola, ferita. Uno spettacolo di e con Massimo Munaro e Marco Munaro.

Qui tutto sembra sottrarsi alla dimensione spettacolare. In scena due fratelli, un attore e un poeta; nessuna scenografia, nessun colore, nessuna azione nel senso tradizionale del termine. Soltanto parole, suono, memoria e voci.

È una scena spogliata, quasi nuda, nella quale proprio l’assenza diventa spazio d’ascolto. La parola non serve a raccontare semplicemente una storia: diventa materia, ritmo, respiro. Si deposita nella memoria, riemerge, si interrompe e ritorna. E in questa dimensione rarefatta lo spettatore è chiamato non tanto a “guardare” quanto ad ascoltare, a lasciarsi attraversare da una successione di immagini interiori.

“L’urlo e altre falistre” è una storia raccontata per “intermittenze del corpo”: lampi, frammenti, improvvise accensioni di verità che attraversano il corpo, il tempo e la memoria. Un viaggio che si muove tra ciò che è stato e ciò che continua a vivere dentro di noi, tra la perdita e la possibilità di ritrovare ciò che sembrava definitivamente scomparso.

Al centro del lavoro ci sono due nuclei tematici che si richiamano e si contraddicono: la morte dell’infanzia e dell’adolescenza e, insieme, l’infanzia e l’adolescenza ritrovate. È un attraversamento di zone profonde dell’esperienza, una discesa nell’Ade e nell’inconscio compiuta “da vivi”, perché si è rischiato di essere morti. Non un viaggio nostalgico, dunque, ma un confronto con ciò che resta quando le età della vita sembrano essersi consumate e, proprio per questo, possono forse tornare a parlarci.

La presenza dei due fratelli rende il lavoro ancora più radicalmente personale. Massimo Munaro, fondatore e direttore artistico del Teatro del Lemming, è in scena accanto al fratello Marco Munaro, poeta. Teatro e poesia si incontrano così in uno spazio essenziale, dove la relazione tra le due voci diventa essa stessa drammaturgia: una conversazione, un confronto, una memoria condivisa, ma anche una ricerca sulle possibilità della parola quando viene affidata alla scena.

Nato nel 1987, il Teatro del Lemming ha costruito negli anni una delle esperienze più originali e rigorose del teatro di ricerca italiano. La sua ricerca ha messo radicalmente in discussione la tradizionale separazione tra attore e spettatore, interrogando il rito teatrale, la partecipazione, la percezione e il ruolo stesso di chi assiste. In molti dei suoi lavori lo spettatore non è un semplice destinatario dello spettacolo, ma diventa parte dell’esperienza, presenza necessaria affinché il rito possa compiersi.

È una ricerca che ha trovato riconoscimento anche oltre i confini nazionali e che, nel corso dei decenni, ha mantenuto una forte coerenza: riportare il teatro alla sua dimensione originaria di esperienza condivisa, di luogo nel quale qualcosa accade realmente tra corpi, voci e persone.

A San Salvi arriva dunque un lavoro che sembra nascere proprio dalla necessità di interrogare ciò che il teatro può ancora essere quando tutto ciò che non è essenziale viene eliminato. Rimangono due voci, una memoria, un legame di sangue e una domanda: che cosa significa tornare vivi là dove, almeno una volta, ci siamo sentiti morti?

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  • whatsapp: 3356270739
  • Per partecipare: Ingresso intero € 12 - ridotto Coop/Arci/CGN € 10 - ridotto gruppi € 5. Posti limitati, prenotazione obbligatoria con pagamento anticipato.

Data

16 Set 2026
Expired!

Ora

21:00
Teatro San Salvi: Sala Mario Dondero

Luogo

Teatro San Salvi: Sala Mario Dondero
Via di San Salvi, 12 - PAD 16 - Firenze
Ottobre 2026
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